giovedì, aprile 17, 2014

365 (più o meno)


Mi sono messa davvero d'impegno in questo progetto 365: ed insieme a questo, direi anche in conseguenza, Photoshop non è più così ostico. Ho imparato un pochino a gestire i livelli, a scontornare le foto usando i canali e le maschere, a regolare luminosità e contrasto, insomma: ancora sono agli inizi, ma non mi assale più il panico quando sento parlare di livelli di PS ;)



Devo ancora imparare tantissimo, ma dedicandomi alla rielaborazione fotografica ogni giorno, anche solo poche decine di minuti, imparo sempre di più.
Mi sono accorta che manipolare le foto per me è un pò come dipingere: non sono brava a disegnare, e finalmente ho trovato uno strumento che mi permette di rendere per immagini quello che sento, quello che immagino.

Ci vuole pazienza, tempo, e ci vogliono anche idee visionarie: le ultime le ho sempre avute, e non mi sembra vero poter finalmente renderle visibili agli altri.

Comunque, a circa un mese dall'inizio di questa avventura, posso dirmi soddisfatta: vediamo che cosa porteranno i prossimi tempi.



Sono successe altre belle cose in questo mese, e vorrei farne una lista, come di solito fa la cara Daniela:

- è nata la figlia di una delle mie amiche più care: una pezzettina adorabile, tutta rosa, già vispa e intelligente, cuore di zia. Benvenuta piccola Elettra, ti abbiamo sognata e attesa e ora sei qui!
- è tornata la mia Polly, con la piccola Zelda, la mia nipotina adorata, la mia bambina magica, che tanto ha da insegnarmi. E finalmente ho la mia amica vicina, qui, a due passi: anche se so che è sempre con me, anche quando è lontana.
- i ciliegi selvatici sono tutti in fiore, così come la Lunaria, l'Alliaria, il Tarassaco, i Ranuncoli...uscire fuori equivale ad immergersi in un'esplosione di colori, profumi,luci...che vorrei fotografare tutto, in ogni istante, e poi finisce che non lo faccio perchè è così bello che non ci entra, nella macchina fotografica
- ieri sera sono stati a cena da noi mia sorella ed il suo ragazzo, e ho cucinato una cremina di patate ed asparagi davvero buonissima: è bello questo rapporto ritrovato con mia sorella, che se non la vedo almeno una volta alla settimana mi dispiace: pensare che per anni siamo state così lontane! La nostra mamma sarebbe davvero felice di questo.
- qualche sera fa, abbiamo passato una serata davvero bella, incontrando per caso amici in giro per la nostra città, finendo ad una mostra interessante, imbattendoci in musica speciale, chiacchierando e lasciando che la serata si snodasse in libertà.



Questa ultima esperienza mi riporta anche a quello che mi ha consigliato l'ultima volta il mio Psic, che chiameremo PsicoMago grazie alle sue facoltà intuitive incredibili.

Devo imparare a lasciare andare il controllo, ed affidarmi alla parte irrazionale di me. Utilizzarla per affrontare le cose della vita, le problematiche, i rapporti. Imparare a non gestire troppo, a non decidere troppo, ma a lasciarmi fluire, a lasciarmi andare, a vedere la magia intorno a me.

Io ho la facoltà di consigliare agli altri questo, di vedere ciò che è irrazionale e magico nelle altre storie...ma mi è molto difficile approcciare la mia vita con questa visione.

Ed ho conseguentemente pensato che i miei anelli di Weiss, le miodesopsie che intralciano la mia visione, altro non siano che un messaggio del mio corpo, che mi suggerisce di guardare più in là, di vedere l'invisibile, di non voler sempre capire e spiegare, ma di essere liquida, morbida, rilassata.

Quando rilasci il controllo, mi sembra anche di percepire di meno queste fastidiose ragnatele e filamenti: e piano piano, a volte, neanche mi accorgo di averle.

Imparare ad essere terra, e non solo fuoco; ad essere acqua, e non solo aria.

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venerdì, marzo 21, 2014

Riscoperta


Dicono che quando hai voglia di scrivere dovresti farlo senza aspettare un attimo. Io sto pensando a questo post da vari giorni, e forse ho aspettato troppo.
Ma ci provo lo stesso.

Sono in una fase davvero costruttiva. Grazie al MagicoPsic, che con una sola seduta (per ora) ha già fatto luce in me, dandomi una lanterna per illuminare i miei passi (e, tornando alle carte, ecco che mi si fa chiara la Lamina dell'Eremita, che è alla ricerca di Sè, o delle sue parti mancanti), finalmente i miei pensieri hanno preso un'altra onda.

E' come se mi avessero sostituito una scheda operativa nel sistema: non penso più alla gravidanza come ho fatto nell'ultimo anno. Che cosa è successo? Non ne ho idea. Davvero! So che devo lavorare su alcune parti di me, e che ho voglia di fare foto. Di imparare (udite udite) ad utilizzare Photoshop.

Andrea me lo suggerisce da circa un anno, ma io ho sempre avuto una sorta di resistenza. Ho paura che sia troppo complesso. Ma, poichè voglio imparare ad affidarmi totalmente alle cose, ho deciso di tuffarmi anche nel mare di Photoshop. Vediamo che cosa ne verrà fuori.

Il desiderio di un figlio c'è ancora, certo, ma non occupa più tutta la mia mente. Anzi. Si è ridimensionato, e non provo più dolore quando incontro per strada una donna incinta. Mi dico che bella, chissà come sarò io quando mi accadrà, o cose simili.

Sto imparando ad andare al mio ritmo interno. Che significa andare veloce come vuole andare la tua parte più lenta. Capisco che non dobbiamo forzatamente costringerci ad uno schema prestabilito, per non rimanere indietro. Ogni cosa a suo tempo.




Intanto vado per boschi a raccogliere Violette e Stellaria, con le prime sto preparando un oleolito, con la seconda ho in mente qualche ricettina da provare. Esco ogni giorno con i cani, Eva è bravissima anche senza guinzaglio e la lascio correre nel boschetto vicino casa.

Oggi pomeriggio farò foto ad un'altra amica e Sorella, a lei ed alla sua bimba meraviglia. Ho scoperto una fotografa fantastica, mi sta dando ispirazione su ispirazione.
Ho aperto la mia pagina flickr, se volete dare un'occhiata a tutte le mie foto, o se volete seguirmi, ne sarò felice! Ho iniziato a seguire il progetto 365, un progetto stimolante che prevede che tu ti faccia una foto al giorno, e che pi la pubblichi e la condivida sui vari social, sul tuo blog, su flickr, etcetera.
La trovo una cosa molto stimolante: credo che imparerò moltissimo da questa esperienza. Qui il set del mio progetto 365.

Oggi è il primo giorno di Primavera. Sento che sarà una stagione meravigliosa.


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mercoledì, marzo 05, 2014

Giudizio e Vocazione





Ultimamente, quando interrogo i miei adorati tarocchi, spesso mi trovo davanti questo Arcano. E anche le mie amiche, che ogni tanto mi leggono le carte, trovano questo Arcano per me. Anche senza saperlo, tirano su le stesse carte, da un certo periodo in qua.
Il Giudizio, l'Asso di Coppe, il Matto.
L'Imperatrice.

Ci leggo buoni presagi, certo. Ma è su questa carta, sul Giudizio, che stamattina è volata la mia riflessione.
Ho alzato su tre carte molto significative per me: il Diavolo, il Giudizio, L'Imperatrice.
Per coronare i miei desideri, devo abbandonare le catene dell'ossessione, fidarmi dell'intuito, seguire la mia vocazione.

La carta del Giudizio esprime sia una rinascita che un rinnovamento (ma anche una vera e propria nascita); allo stesso tempo la Lamina consiglia di dedicarsi alla propria vocazione. Se quello che desideriamo ardentemente non è ancora accaduto, significa che non è il tempo giusto. E che dobbiamo seguire la nostra vocazione, questo è il tempo dell'ispirazione, della concretizzazione del percorso evolutivo.

Seguire la nostra vocazione. 
Io ho sempre saputo che strada seguire. Prima, dritta davanti a me, la strada del Teatro. Sapevo che mi avrebbero preso alla Scuola, ero molto determinata e sicura al 100%. Sapevo di essere portata a quello, a stare sul palcoscenico.
Mentre adesso, dopo tanti anni, mi trovo meglio in questa nuova esperienza di piccola regia che sto portando avanti con un gruppo di giovani attori. Non per questo rinnego il mio lavoro di attrice, ma sento che quella non era la mia vocazione principale.

Pensavo di averla trovata quando ho deciso che avrei studiato Erboristeria. Mi sono iscritta all'università che ero già grande, avevo 24 anni, sotto lo sguardo incredulo degli amici che mi sconsigliavano, visto che era una facoltà scientifica, che con gli studi del Liceo Classico come sare riuscita a sostenere tutti quegli esami...e invece, convinta e determinata, ci sono riuscita, nei giusti tempi.
L'esperienza con il mio negozio, la vita da erborista-commessa comunque non mi esaltava. Anche se mi manca molto quel negozietto profumato, ed i barattoloni carichi di erbe. Ma, come dire, quella non era la mia profonda vocazione.

Eppure le erbe sono un mio grandissimo amore, un rifugio, un luogo sereno dove trovo pace e dove mi sento accolta.

Mi ritrovo adesso, a 35 anni, che mi sembrano così tanti, senza sapere bene quale sia la mia vera vocazione.
Amo il lavoro che faccio, e sono fortunata perchè faccio un lavoro che amo. Ma in questo lavoro non esprimo totalmente la mia vocazione profonda, anche se questo lavoro, marginalmente, mi permette di restare a contatto con il mondo herbano.

Per questo appare sempre quella Carta, che così bene mi pre-vede,  che mi suggerisce che ancora non ho trovato la mia vocazione. Forse per paura del Giudizio altrui, o del mio stesso giudizio? A volte mi sento troppo grande per iniziare qualcosa di nuovo, e allo stesso tempo troppo inesperta di fronte agli altri che già hanno intrapreso la giusta strada, la loro vera via.


Forse la nostra vera vocazione sta nascosta nelle cose che facciamo semplicemente.
Senza aspettative, ma con un fluire di energia creativa che va esattamente dove deve andare.

Per me questo accade quando scrivo, quando scatto foto, quando cucino, quando lavoro con filati e uncinetto.
E anche quando penso al mio orto, e quando lavoro la terra.
Fondamentalmente, accade quando faccio le cose con le mani. Ma non per lavoro, solo ed esclusivamente per piacere.

E che razza di vocazione è? Sento già la voce del mio Critico Interiore che mi dice :
"Mica ti vorrai mettere a scrivere a questa età?  E che cosa vorresti fare, sentiamo, un libro fotografico senza nemmeno una macchina fotografica semi-professionale? Cucinare, ahah! Ma da quando in qua è una vocazione, che vuoi, aprire un ristorante? "

Quindi, prima di tutto devo scavalcare queste insopportabili critiche mosse da me stessa.

Poi, chissà. Esplorare nell'inesplorato proprio perchè così immediato e semplice.

 Piccola nevicata vicino a casa

 Tramonto di fronte a CasaEdera

 Cremine adesso in viaggio per un profumatissimo baratto. Grazie Silvia!



La mia Quercia.

Ultima cosa, ma non meno importante: è finalmente tra le mie mani questo libro. Illuminante, essenziale per la mia crescita, ovunque mi porterà. Vi consiglio vivamente il suo sito, ed in special modo la storia intitolata Pirouettes, che è stata la ragione per la quale io ho comprato questo libro magico. 


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venerdì, febbraio 14, 2014

(anti)conformismo



Quando eravamo al Liceo, si andava a scuola la mattina tutti truccati di nero. Io ero la fidanzata immaginaria di Robert Smith. Per questo, ogni mattina passavo un quarto d'ora a truccarmi gli occhi, ombretto nero ovunque, gonna lunga nera, borchie e borchiette. Capelli cotonati alle feste danzanti la sera. Rossetto rosso, un po' sbavato. Andavamo a queste serate dark, e tutti erano vestiti di nero, con i capelli  improbabilmente gonfi, con i tacchi a spillo, il latex per i più audaci. Ci sentivamo molto anticonformisti, rispetto a tutto il mondo fuori. Ascoltavamo (ma io li ascolto ancora, eh) i Cure, Siouxie and the Banshees, i Joy Division ed i Bauhaus. In quel periodo lessi Fluo, il primo libro di Isabella Santacroce. Mi ricordo di una frase scritta lì dentro,  il giorno sarà troppo impietoso con le nostre facce sconvolte dal trucco disfatto e la donna di chiesa avrà sguardi cattivi per noi che in fondo viviamo come le stelle in un mondo buio e lontano. 
Che, lasciando perdere poi la produzione letteraria successiva della Santacroce, che  non ho più amato, direi rispecchiasse esattamente come ci sentivamo.

Diversi da tutti, uguali però tra di noi. 

Insomma, una sera io decisi che mi ero davvero stancata di andare a queste serate vestita di nero. Mi misi una mini di latex rosa, una maglia mi sembra di ricordare gialla, ed un improbabile pellicciotto sintetico color viola elettrico.
Mi guardarono tutti malissimo. Cioè, ero sempre la stessa, ma ci fu chi non mi salutò, quella sera.


Prato, Febbraio 2014

Con quella serata, finì l'epoca dei miei vestiti neri, e mi votai ad una caleidoscopica e confusionaria moda, solo mia. Nel tempo poi ridefinita e aggiustata, perchè le attrici devono vestirsi bene, mi dicevano, oppure perchè ero davvero troppo eccessiva. 
Alcuni capi di vestiario non so come facessi a metterli.

Questo episodio, però mi insegnò molto sulla mia vera natura. Quando mi sento stretta in un ruolo, molto spesso decido di romperlo, e cambiare. Per questo a volte la gente pensa che io sia una volitiva, una persona di cui in fondo non ci si possa fidare, forse.

Ho sempre cercato di seguire la mia natura. Di indossare con fierezza quell'improbabile pellicciotto viola elettrico. Eppure, più si cresce e più diventa difficile.

Sentirsi diversa, sentirsi davvero anticonformista, con tutto quello che porta con sè questa consapevolezza. 
Sono la fata dei boschi, ma amo la città e perdermi nei negozietti vintage.
Sono un'erborista, parlo con le piante, ma rimango profondamente un'attrice.
Leggo saggi di psicologia, e anche l'ultimo romanzo della Harris. E poi un libro di ricette insieme a testi teatrali.
Non so disegnare, e disegno spesso.

Ogni giorno combatto una battaglia. Tra la me che si vuole a tutti i costi conformare, e quella me che invece ancora gioca libera nel vento, balla appena sveglia, inventa mondi fantastici, esce con la macchina fotografica come quando aveva 15 anni, per fare le foto a tutto quanto.


Prato, Febbraio 2014

E ogni giorno capisco sempre più che la base della felicità sta davvero nel diventare ciò che si è: essere conformi solo alla propria natura. Quanto è difficile!
Perchè tutto quello che ci è intorno ci plasma, e ci indirizza verso desideri e scelte che forse non sono dettate dalla nostra vera natura.

Una cantante, con cui ho avuto l'onore di lavorare sulla voce, disse di me che dentro avevo una Guerriera. Che sia vero, oppure no, sicuramente so che quello che faccio deve allinearsi con questo animo libero e creativo che ho dentro.

Indossare quei vestiti improbabili, specialmente alle serate dress code.


Prato, Febbraio 2014



Prato, Febbraio 2014




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venerdì, febbraio 07, 2014

Hai mangiato?



Come molti di voi sanno già, a CasaEdera non c'è la TV. E viviamo benissimo senza! Però a volte capita di guardarla, a me capita quando vado a casa di mia sorella. Ci spaparanziamo sopra il suo divano, nella sua piccola mansarda-soffitta (mia sorella vive in una casina di città deliziosa, che se non amassi così tanto il posto in cui vivo, davvero farei il cambio di casa!), e ci guardiamo qualche programma trash.
Uno di questi, che non avevo MAI visto, è Master Chef.

Inorridirete, ma io mai avevo visto questo programma e non avevo idea di che cosa fosse. Me lo hanno presentato come una gara tra cuochi, e quindi avevo anche qualche curiosità nel guardarlo. Mi piace molto tutto ciò che riguarda la cucina. Amo vedere le persone che cucinano. Credo di avere imparato ad amare le mani in pasta sin da piccola, guardando la mia nonna preparare i soffritti per i sughi meravigliosi che ancora cucina, il mio nonno che impasta le ciambelline all'Anice che vengono direttamente dalla ricetta della mia bis-nonna ciociara, la mia mamma che faceva un tiramisù paradisiaco.

Il mio amore per la cucina si è snodato nel tempo, a Bologna, nelle case che ho vissuto, mescolando le ricette calabresi con quelle triestine, o emiliane, imparando nomi di ricette, e facendo miei ingredienti e spezie, calore dei fornelli e chiacchiere, cenette a lume di candela e tavolate di almeno 6 persone per volta.

Credo che, oltre al cammino spirituale, anche la cucina mi abbia spinta agli studi erboristici: amo annusare le erbe, raccoglierle, pulirle, cucinarle... la cucina permea la mia vita.

Amo ancora osservare mia nonna che tira la sfoglia, la mia amica Irene che cucina con una maestria incredibile, Andrea che con tre ingredienti tira fuori dei manicaretti deliziosi, la mia Polly che cucina le orecchiette con le cime di rapa e taglia le verdure come lei nessuno mai, insomma...se non mescolassi tutti i giorni pasta di sapone, erbe e cera per candele, sicuramente i miei pentoloni non sarebbero vuoti!

Con questo stato d'animo e questa curiosità mi sono messa a vedere questo famoso MasterChef.
Per rendermi conto, dopo appena dieci minuti, che qui di tutto si parla fuorchè di cucina.
Viene messa in risalto la competizione, le strategie, e questo atteggiamento post-postmoderno fatto di disprezzo, ansia, supponenza e fastidio.
Ma qui non si parla di cibo! Si vedono questi sciagurati, aspiranti cuochi, che corrono da una parte all'altra per cucinare in un tempo brevissimo piatti super elaborati.
Speravo, comunque, di perdermi tra le immagini di frutta e verdura ben affettata, imparare trucchi del mestiere, che ne so, godere del lento sobbollire delle pentole, o delle presentazioni dei piatti.
Niente di tutto questo. 

Cioè, il cibo quasi non si vede.

Il tempo di presentare un piattuccio di novelle cousine allo chef di turno, che ci sputazzerà sopra qualche cattiveria.
I piatti inquadrati non hanno calore, non hanno profumo, non hanno colore.
Sono...invisibili.

Ho pensato per tutto il tempo a quella struggente e vera frase di Alda Merini  Elsa Morante (grazie Margherita per la correzione!):

LA FRASE D'AMORE PIÙ VERA, L'UNICA È: "HAI MANGIATO?" 



Ecco. Lì le cose non vengono nemmeno mangiate. Vengono assaggiate con sufficienza, votate con arroganza, cucinate senza amore.
La mancanza di amore è evidente in ogni singolo minuto di questo programma.

E questa mi sembra anche una sintesi di quello che oggi è il cibo, per la maggior parte dei media.
qualcosa da usare come pretesto per mostrare le persone che gareggiano, che litigano, che si odiano. Che vogliono vincere.

Nei tempi televisivi, e a volte mi sembra anche nei tempi delle nostre giornate, non c'è tempo per aspettare. Aspettare che la crema solidifichi, che il sugo sia pronto, che il vino evapori con calma, con i suoi tempi. Che il pane lieviti, che la torta sia fredda per toglierla dallo stampo.
O che un desiderio diventi realtà.

MasterChef è la sintesi di tutto questo. Vince il migliore, il più furbo, il più arrogante, il più veloce. Quando la cucina è pazienza, tempo, amore. Tutto il contrario, praticamente.

Nella mia famiglia, e per famiglia intendo sia quella di origine, che quella composta dai miei amici, il cibo è un atto di amore, un modo per passare insieme del tempo, è un modo per dimostrare quanto bene ci si vuole.

Quando cucino per il mio amore, per i miei amici, per mia sorella, io lo faccio con amore. E non è una frase fatta. Dentro a quello che faccio, insieme alle spezie che profumano, alle verdure che si cuociono piano piano, agli odori ed ai sapori, io ci metto pazienza e amore.

Impasto il pane, faccio i biscotti. Preparo una torta salata per la cena, oppure una crema di carote alla maniera cilena (e Polly e Julie sanno che cosa vuol dire quella crema di carote: è la bandiera delle nostre serate bolognesi, fatte di chiacchiere tra sorelle). E dentro ci metto anche l'amore. 

Come dice Tita in "Come l'Acqua per il Cioccolato", che mi sono dovuta riguardare qualche sera dopo MasterChef:

Il segreto sta nell'amore che ci metti.



il mio pane di questa settimana, lievitato con la nostra Pasta Madre



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mercoledì, gennaio 29, 2014

Vivere qui


Fuori sta nevicando. La prima neve vera, quella di gennaio. Così vicino alla Candelora, alla festa del nido, della gestazione, della luce interiore. Ed anche della scintilla dell'arte, della passione che accende l'animo. Ho preparato il mio altare per la Candelora, ornandolo di bacche rosse di Cotonastro, bulbi di Giacinto, e un'immagine di Maria con il Bambino in braccio.

La Dea ci parla attraverso molte voci: così mi dice anche Clarissa Pinkola Estes dal suo vibrante libro, che mi sono trovata tra le mani il giorno del mio compleanno, e che voglio prendere come regalo che mia mamma, da chissà dove sarà adesso, vuole farmi, lei che aveva un rapporto speciale con quello che era spirituale. Il libro è Forte è la Donna: io ho letto le prime venti pagine, ed il suo potere colmo di colore ed emozione ha già toccato il mio cuore.


una mia foto di qualche anno fa, fatta dalla mia Polly

La prima neve dell'anno ci fa sempre riflettere su quanto sia diverso vivere qui. Non posso dire che sia meglio stare qui, oppure che fosse meglio vivere in una grande città come Bologna. Quello che so è che quando, come in queste sere, vado a Firenze a teatro, oppure passo da Prato al ristorante indiano, resto incantata da  tutte le sfaccettature della città. Mi piace osservare le persone, immaginare le loro storie. Curiosare dentro i negozietti vintage, raccogliere inviti e cartoline per programmi futuri.

Vivere qui significa che a volte devi rimandare incontri importanti, a cui tieni tanto, perchè nevica. 
Vuol dire anche pensare bene a come fare la spesa, cosa comprare, per non rimanere senza quello che potrebbe servire. Portare la legna in casa, e la macchina in fondo al paese, per evitare di rimanere bloccata. Significa lavorare da sola, immersa nella natura, si, ma senza una collega con cui scambiare due parole per la pausa caffè (anche se la mia insostituibile collega, anche se lontana, è sempre presente grazie ad internet). 


tè e caffè a casa di una cara amica, in città

Vivere qui vuol dire anche uscire di casa, passeggiare da sola nel bosco, raccogliere pigne e farne arte improvvisa. Vuol dire trovarsi con una tazza di tè verde fumante, accanto alla stufa, a rileggere vecchie poesie di mia madre-ed immaginare un progetto artistico che le coinvolgerà. Significa tornare a casa con il mio amore, a mezzanotte, alzare gli occhi e rimanere a bocca aperta, sotto un cielo limpidissimo, riempito di stelle come le clessidre con la loro sabbia.

il mio cerchio Imprevisto

Oppure, raccogliere la Salvia nell'orto, prima della gelata, e farne degli incensi naturali, per profumare la casa e scacciare le energie che ristagnano. Ecco come ho fatto :)

Piccolo tutorial per aspiranti fate dei boschi

1. Raccogliete Salvia, ma anche Lavanda, Timo, Iperico, Verbena, Cedro, Rosmarino. Prendete dei rametti, tanti quanti ve ne serviranno.

2. Intrecciate uno spago insieme a qualche tralcio di erba. Formate delle piccole bacchette magiche fatte di foglioline profumate e scacciaguai!

3. Avvolgetele in carta gialla, e ponetele in un luogo asciutto e calduccino, ad essiccare. Io poi le ho messe in un cestino vicino alla stufa.

4. Quando saranno essiccate, potete accenderle e passare in ogni stanza della vostra casa, spargendo il fumo aromatico ovunque. Attenzione a non far cadere tizzoni, spegnete la fiamma e lasciate solo che l'erba arda lentamente, sprigionando fumo profumato.

ecco come fare :)

In conclusione, che cosa significa vivere qui? Lo scopro ogni giorno di più. Dopo sei anni, questa scelta di vivere in una dimensione rurale la sento ancora mia. Anche se ho bisogno di mescolarla con gite in città, cinema, teatro, progetti, foto, e così via. Ma continuo sempre a ritenermi molto fortunata, perchè ho la città vicina, anche se non è una grande città. E dormire a fianco del bosco, svegliarmi con la luce del sole diritta in casa, che filtra dai rami dei castagni, non potrei davvero più farne a meno.

Vivere qui mi insegna, ogni giorno, di quanto sia importante anche godersi il momento, Rallentare. Respirare. Passare mezz'ora nel bosco, osservare le foglie cadute, e trovare in quello che sembra sempre il solito paesaggio, ogni giorno qualcosa di diverso. La ritualità dei gesti quotidiani, e la possibilità di vivere dentro al ritmo naturale. A volte è difficile. Ma quanto è prezioso.




domenica, gennaio 12, 2014

Un pò meno, un pò dopo


Lo so, ho scritto appena ieri.
Ma oggi ho avuto una rivelazione, troppo importante per non essere appuntata, e per non essere condivisa con voi. Vorrà dire che inizierete la settimana con un nuovo spunto, spero utile a molte di voi che mi leggono. E che ringrazio dal profondo del cuore, perchè se io oggi ho capito tutto questo di me, è anche grazie a voi.



Il Mare mi ha chiarito le idee. Completamente. Non so se quello che ho vissuto oggi sia una illuminazione, oppure se il seme di questa consapevolezza è in me da un anno, ed ha trovato solo oggi la possibilità di sbocciare. Io e Andrea  abbiamo fatto una passeggiata al mare. E tra conchiglie portate sulla spiaggia, piccole coppe per goccioline di mare, legni levigati e bianchissimi, cuccioli di cane che si rincorrevano, e la grana sottile della sabbia, che disegna ombre e luci lunari sotto al sole  d’inverno, io ho capito.


Ho capito che, per prima cosa, nella vita ho già commesso l’errore che sto commettendo anche adesso. Quello di rivestire delle maschere molto conformiste, di fronte al mio anticonformismo selvaggio. Ho già fatto questa cosa, quando ho deciso di abbandonare il Teatro per gli studi da erborista, quando ho deciso di essere una ragazza modello, nella casa in montagna, abbandonando velleità artistiche. Già, nella mia vita, mi sono trovata a fuggire ed a nascondermi nei panni della donna saggia, della ragazza per bene, di quella che ha messo la testa a posto. L’ho fatto per comodità, forse, o almeno così mi sono sempre detta. L’ho fatto per un preciso senso del dovere, dettato chissà da che cosa. Un senso del dovere che mi dice di fare la ragazza tranquilla, di non essere eccessiva, e soprattutto di non perdere tempo nel teatro, in ciò che è arte in genere, ed anzi, se proprio devo, che almeno quello che produco sia utile.




Ho sempre dato la colpa del mio abbandono delle scene professionali a vari spiacevoli accadimenti collegati a quel periodo teatrale. Ma In effetti, se vado a vedere per benino che cosa è accaduto dentro di me, io adesso posso dire con piena sicurezza che, signori e signore, io ho sempre avuto una grandissima paura della mia parte creativa.

Eccola qua, la verità.
Io ho sempre cercato di incanalare questa parte creativa o in qualcosa di utile, come il sapone, le candele o l’uncinetto visto come strumento per creare abbigliamento vario, senza osare qualcosa di davvero mio. Senza osare qualcosa di veramente creativo. Senza andare ad esplorare la mia creatività, quella profonda, legata proprio a me stessa.
Tutte le volte che, nella mia vita mi sono trovata pronta a spiccare il volo per una vera ricerca creativa, io mi sono tirata indietro. Andandomi a nascondere prima nei panni della ragazza modello, e adesso in quelli della mamma a tutti i costi.
Eh già, ovviamente si arriva a questo. Ma fronteggiamo davvero il discorso, forse per la prima volta.
Ho desiderio di un figlio. Questo è vero ed è innegabile. Un figlio mio e del mio amore, la fusione perfetta di noi due, etcetera etcetera. Ma: ne ho anche paura. Ho paura di dover dedicare tutta la mia vita a questo esserino così fragile e così dipendente dalla sua mamma. 
E soprattutto: non è il mio desiderio principale. Non lo è!!! Lo è diventato perché il senso del dovere e la fuga dalla fonte della mia creatività mi spingono a rivestire questo ruolo.


E così facendo non mi rendo conto che per avere un figlio ci vuole prima il desiderio di questo, poi la costruzione di sogni e complicità con il proprio uomo relativamente a questa anima che arriverà. Io mi sono precipitata nel ruolo della donna-che-vuole-essere-mamma senza nemmeno dare spazio, tempo e vuoto necessario a questa idea di crescere piano piano.
Il mio amico Ettore tempo fa mi disse una grande verità “I cinesi hanno un detto che recita così – un po’ meno, un po’ dopo”. Ecco. Io in questo anno ho avuto il terrore di quell’ un po’, non sapendo come gestirlo.
Rivestendo il ruolo della mamma-a-tutti-i-costi, come un piccolo carrarmato ho puntato solo all’obiettivo finale, senza dare abbastanza spazio a questa idea di formarsi da sola, con tutti gli ingredienti giusti.

Inoltre, ho avuto una grandissima paura di essere anticonformista. Nonostante la mia natura Selvaggia, in questo caso, spaventata dal sentiero nel quale poteva trascinarmi tutta la creatività risvegliata dell’incontro con il mio amore, e dalle possibilità di esplorare davvero la mia capacità creativa, mi sono imposta da sola il ruolo della “mammina”.

Ma perché????????

E soprattutto: non è necessario! I figli sono un dono, e sarà bellissimo averne, ma voglio che mi capitino come accade per le stelle cadenti, una scia luminosa e improvvisa, che rischiara il cielo. Voglio che mio figlio abbia due genitori innamorati e complici, ed una mamma che non ha paura di creare quello che lei stessa è. Altrimenti, come posso creare la vita, se prima non imparo a gestire ed assaporare la mia vena davvero creativa, davvero artistica?

Senza fuggire di fronte alle possibilità, senza voltare le spalle a quello che può venire dalle mie profondità. Senza relegare me stessa in un ruolo troppo anni Cinquanta, troppo poco Selvatico, per niente magico.


Mi sono chiesta dove io sia finita, per questo lungo anno, passato a contare i giorni dell’ovulazione, i fantasintomi di cicogna in arrivo, a prendere le temperatura basali, a fare grafici e a fare stick peggio che in un laboratorio di analisi.

Io sono pronta ad esplorare quella che sono davvero, ed a liberare la capacità creativa che risiede in me. Pronta a creare arte inutile, a scrivere sulla mia pelle e poi a fare foto, a dipingere la stoffa, a recitare di nuovo, completamente, senza riserve.

Sono pronta a ricontattare la mia parte magica, lunare, fatta di stelle e di sole, fatta di foglie e fiori e nepetella appena raccolta.

Sono pronta a ritagliare, ad incollare, ad uncinettare tutto quello che di inutile può esserci.
E soprattutto, non so dove tutto questo mi porterà. Ma sono sicura che mi porterà in un posto fertile, in un posto che guarisce, in un posto pieno di possibilità.

Mi sento finalmente libera, libera da questo ruolo autoindotto di madre. 
Sai che c’è: non sono ancora pronta.
Anzi, lo sono, ma un po’ meno, un po’ dopo.



 (le foto sono state scattate tra Torre del Lago Puccini e Lago di Massacciuccoli. Posto magico, sospeso tra un'ala di nostalgia ed una piccola baia di pace).

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